lunedì 21 novembre 2016

ISLANDA: SEQUENZA DI FORTI TERREMOTI INDICA CHE IL BARDARBUNGA PREPARA UNA NUOVA FASE ERUTTIVA


Durante le prime ore del 19 novembre 2016 un forte sciame sismico ha avuto luogo nel Bárðarbunga vulcano.
Questo è il più forte sciame sismico sul Bárðarbunga da molto tempo ormai.
Il terremoto più forte ha avuto la magnitudo di 4,0 mentre altri di varie grandezze in cui 3,5 e 3,1.
Tutte le altre grandezze erano minori ma comunque degne di nota.

Questa attività sismica suggerisce che la pressione sta aumentando rapidamente all'interno del vulcano.
Non si sa quanto il vulcano Bárðarbunga si è sollevato da settembre-2015, ma deve essere in notevole quantità dal momento che un terremoto di magnitudo 4,0 si intende uno slittamento di pochi millimetri.
Nel corso dell'ultimo anno vi sono stati un sacco di terremoti avvenuti nella caldera del Bárðarbunga, suggerendo una rapida inflazione del vulcano. Nutto ciò che si sa è che il magma sta nuovamente fluendo nella camera magmatica superficiale dalle profondità del vulcano.

Fonte:http://www.jonfr.com/volcano/?p=6518

venerdì 18 novembre 2016

FENOMENI DI VULCANISMO RESPONSABILI DEL RITIRO DI ALCUNI GHIACCIAI OCCIDENTALI DELL'ANTARTIDE


Alcuni dei ghiacciai dell Antartide occidentale che si trovano direttamente sopra il West Antarctic Rif lungo 5.000 miglia una continua fonte di calore geotermico si stanno ritirando dal basso a causa del calore geotermico.

-La massa di ghiaccio complesso e la portata della massa glaciale dell'Antartide è aumentata per 35 anni.
-Altri vicini ghiacciai antartici occidentali sono in crescita.
-Alcuni ghiacciai dell'Antartide occidentale che non sono sulla parte superiore del acqua dell'oceano sono anche qui in ritiro dagli strati inferiori.
Questo indica ancora una volta che qualche altra forza naturale è in gioco in regioni localizzate dell'Antartide occidentale.

Prendendo uno sguardo più da vicino a questa immagine si può osservare qualcosa di molto interessante. C'è un complesso vulcanico appena a est dell'area il cui si verifica un parziale ritiro dei fronti glaciali.
Molto probabilmente i fronti glaciali in ritirata si trovano sopra quelli che possono essere definiti dei "Campi Flegrei Antartici."

La figura sopra mostra un taglio trasversale del lago Vostok, un lago subglaciale forato e ricercato da numerosi gruppi scientifici.
È importante sottolineare notare che il fondo glaciale del lago Vostok è classificato con "attività geotermica" che si estende lateralmente per 26 miglia.
C'è una quantità assolutamente impressionante di informazioni geologiche che conferma la Antarctic Fault / Rift West System emette calore geotermico e acqua riscaldata sulla base dei ghiacciai dell'Antartide occidentale sovrastanti.

In primo luogo, ci sono 61 vulcani attivi o semi-attivi lungo il sistema di Rift dell'Antartico occidentale.
E' chiaro che il ritiro di alcuni di questi fronti glaciali in questa regione è causato da fenomeni di vulcanismo secondario, presenti del continente più freddo della terra.

Fonte:http://climatechangedispatch.com/west-antarctic-glacial-melting-from-deep-earth-geological-heat-flow-not-global-warming/

ISLANDA: NUOVA SEQUENZA DI TERREMOTI DI ORIGINE MAGMATICA SUL VULCANO KATLA


Oltre una decina di terremoti di magnitudo tra 0.5 e 2.5 in rapida sequenza sempre di maggiore intensità si è verificato nel giro di poche ore sul lato sud-occidentale della caldera del vulcano Katla.
Non è di per se, per il momento, un forte sciame sismico ma dall'agosto 2016 si è registrato un progressivo aumento dell'attività sismica con scosse di magnitudo anche superiori a 4.5 e a profondità inferiori ai 100 metri o poco più.

Questa è stata la maggior attibità sismica sul vulcano Katla da almeno trent'anni, superiore anche a quella del 2011, quando sembrava ormai prossimo al risveglio.
Forti sequenza sismiche di questo tipo sono causate dalla fratturazione dello strato roccioso sul fondo della caldera a causa della sempre più crescente pressione delle masse di magma e gas.

L'aumento dei terremoti in tutta l'area della caldera tra l'estate e l'autunno indica chiaramente che il livello della massa magmatica all'interno della caldera è ormai sotto il fondo solidificato del cratere, che a sua volta è coperto dai ghiacciai.

martedì 15 novembre 2016

CILE: VIGOROSA FASE ERUTTIVA DI SABANCAYA


Dopo un importante emissione di cenere del Sabancaya l'8 novembre, l'attività del vulcano non è diminuita.
Il 10 novembre, il OVI ha registrato un rilascio continuo di cenere alla valle del Colca, accompagnata da una colonna di cenere di 2.000 metri di altezza sopra il cratere, con una dispersione oltre 30-35 km. Raggiungendo i paesi di Parjo, Cajamarcana, Sallalli, Pampasepina, Hornillo, Patamapa, Yanque, Coporaque, Ichupampa, Achoma e Chivay.
L'11 novembre una violenta esplosione alla 10.04 ora locale ha generato una colonna di cenere circa 3.000 metri sopra la cima del vulcano, che è diffusa a 40 km a est e nord-est, e che ha interessato 16 paesi della valle del Colca.

Fonte:http://www.earth-of-fire.com/2016/11/eruptions-in-progress-at-sabancaya-ubinas-turrialba-and-sinabung.html

giovedì 10 novembre 2016

ISLANDA: AUMENTO DELLA MASSA MAGMATICA NEL LATO NORD DELLA CALDERA DEL BARDARBUNGA


Il 10 novembre 2016 una nuova sequenza sismica è iniziata nel settore nord della caldera del vulcano Bardarbunga, questa sequenza di oltre una decina di terremoti ha registrato una magnitudo compresa tra 0.5 e 2.0 della scala Richter. La causa di questo sciame è l'aumento del volume magmatico nelle profondità del complesso vulcanico che dopo il collasso della sommità sommità interna della caldera di oltre sessantacinque metri durante la prima fase eruttiva 2014-2015 ha spostato l'accumulo magmatico lungo nuove aree, in questo caso verso nord.

E' difficile dire se l'attuale sequenza di terremoti porterà ad un'eruzione, ma al momento il pericolo sembra scongiurato, tuttavia è necessario ricordare che dal novembre 2015 il sistema vulcanico del Bardarbunga ha nuovamente manifestato segnali di inflazione, segno di un nuovo aumento della massa magmatica all'interno del vulcano.
Questo sciame di terremoti come decine di numerosi altri che lo hanno preceduto nel corso degli ultimi due anni fa parte di questa tendenza che prima o poi lo spingerà ad una nuova fase erurttiva.
E' chiaro comunque che l'attività del Bardarbunga è nuovamente in aumento e si sta preparando ad una nuova fase eruttiva.

mercoledì 9 novembre 2016

IDROTERMIA


Spesso gli effetti del vulcanismo sottomarino e i suoi effetti sulle temperature oceaniche a livello globale non sono mai stati presi troppo sul serio dalla maggioranza della comunità scientifica, eppure se calcoliamo l'estensione del vulcanismo sulla Terra scopriremmo che la più vasta percentuale di esso e dei suoi fenomeni, circa l'80% con un calcolo di almeno 3 milioni di vulcani, si trova in enormi concentrazioni nelle profondità oceaniche, il che lo rende un potenziale incriminato candidato nell'influenza delle calde correnti oceaniche.
Il movente dell'accusa si tratta effettivamente la scoperta incredibile che durante il periodo di clima freddo e di bassa attività solare della Piccola Età del Ghiaccio, fu testimone di un potenziamento, anziché di un indebolimento, di una calda corrente ciclica che si forma ad est dell'Oceano Pacifico, denominata El Nino.
Definito "il battito cardiaco della Terra" El Nino è un fenomeno atmosferico che si sviluppa e scatena ogni 3-7 anni, quando un'area di alta pressione collocata sopra l'Isola di Pasqua si indebolisce.
Partorito da un'area marina di 150 metri di profondità che si riscalda di 8 gradi più del normale, percorre 13.000 chilometri lungo l'equatore coprendo un'area equivalente a quella degli Stati Uniti.
L'evaporazione di questa massiccia massa di acqua calda forma immense formazioni nuvolose cariche di pioggia.
Gli alisei dell'Oceano Pacifico, che di solito soffiano da est verso ovest, si attenuano o cambiano direzione.
Questo potente fenomeno determina le precipitazioni nell'area del Pacifico nord-occidentale fino all'altezza di Seattle, causando a volte piogge 20 volte più forti della media in alcune parti del mondo con inondazioni in California, e siccità in Africa e Australia.
Molti climatologi sostengono che questo fenomeno sia di origine puramente atmosferica, le cui temperature atmosferiche sono a loro volta condizionate dall'insolazione solare.
Un fatto che sembra contraddire questa teoria è proprio il periodo della Piccola Età del Ghiaccio.
Durante tale periodo, dal 1300 al 1850, si ebbe un declino delle temperature globali innescato principalmente da un profondo declino dell'attività solare, nonostante ciò però questi fenomeni non si comportarono come avrebbero dovuto comportarsi con la teoria dell'origine atmosferica di questo evento ciclico, ma esattamente il contrario.
Anziché diminuire di intensità di rinvigorirono.
Da dove si sprigionava tutta questa energia termica?
Sappiamo che durante la Piccola Età del Ghiaccio le correnti oceaniche cambiarono e infatti alcuni modelli prevedevano proprio che cambiando le correnti oceaniche a partire da quella del Golfo, nell'Atlantico settentrionale, l'Oceano Pacifico avrebbe potuto diventare effettivamente più caldo.
Ma come abbiamo visto in precedenza questi modelli non sono stati calcolati sulla base di un eventuale fase di estrema bassa attività solare, come l'attuale, cominciata nel 2008, inoltre negli ultimi anni nonostante effettivamente la Corrente del Golfo sia cambiata, le temperature dell'Oceano Pacifico negli ultimi anni hanno mostrato più una tendenza record al raffreddamento anziché al riscaldamento, il che sembra smentire queste previsioni precedenti.
Un fattore però viene dall'attività vulcanica, la quale sappiamo che durante la Piccola Età del Ghiaccio incrementò di intensità.
Quindi rifacendo i calcoli, se consideriamo che l'80% del vulcanismo sul nostro pianeta si trova nelle profondità degli oceani mentre il restante 20% si trova sui continenti, non resta che considerare l'ipotesi idrotermica.
Aumentando il vulcanismo terrestre, quello sottomarino deve essersi comportato allo stesso modo alterando in modo significativo la temperatura degli oceani.
Uno studio del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) ha rivelato che metà del riscaldamento degli oceani avviene tra i 300 e i 3000 metri di profondità.
"E' importante notare" dicono gli studiosi del NOAA "che il riscaldamento delle profondità oceaniche precede quello delle temparature di superficie."
Questo sembra un'evidente fattore che dimostra come metà del calore dell'oceano sia di origine geotermica.
Allo stesso modo le aree in cui si forma il fenomeno di El Nino corrispondono a punti tettonici delle placche in cui l'attività sismica e vulcanica sono estremamente attivi.
Durante un'eruzione sottomarina nelle isole Tonga, nel marzo 2009, una superficie oceanica delle dimensioni dell'Islanda venne scaldata più del normale.
Se la violenta eruzione di un vulcano in prossimità della superficie oceanica può fare tanto, catene di vulcani attivi disposti nelle profondità oceaniche devono avere una significativa influenza sul riscaldamento degli oceani, sulle correnti e probabilmente anche sull'acidificazione di queste enormi masse d'acqua, con conseguente diminuzione del plancton, morie di pesci e anche favorendo la vita ad altre specie più idonee.
L'acidificazione degli oceani è stata anch'essa erroneamente attribuita all'aumento di anidride carbonica di origine umane e ai cambiamenti climatici, seppur simili cambiamenti non siano riscontrabili nei fiumi e nei laghi di acqua dolce.
D. James Baker, sottosegretario del NOAA, in seguito alle più recenti ricerche ha affermato che il vulcanismo sottomarino "è una delle forze più potenti e meno conosciute del pianeta, che provoca un'aumento delle temperature dei mari pari a 3000 grandi reattori nucleari."
Anche la formazione delle tempeste tropicali negli oceani sembrano essere strettamente connesse al vulcanismo sottomarino.
Uragani, tifoni, cicloni, cambia il nome a differenza della regione con cui vengono chiamati, si formano in aree dell'oceano soggette a intensa attività vulcanica di origine tettonica o dette "Hot Spot".
In geologia, un Hot Spot è un punto della superficie terrestre interessato da un'anomala risalita del mantello verso la superficie terrestre e che presenta attività vulcanica da un lunghissimo periodo di tempo; è il caso, per esempio, delle isole Hawaii o dell'Islanda.
Questi punti determinati da intensa attività vulcanica, potrebbero essere responsabili di un'anomalo riscaldamento di limitate aree dell'oceano, le quali esalando grandi quantità di vapore acqueo potrebbero diventare la base per nuove perturbazioni, le quali spostandosi in acque più calde daranno origine a depressioni che a loro volta condensando umidità ed energia dalla calda superficie dell'oceano si evolveranno in tempeste tropicali o anche in tempeste cicloniche.
Durante le forti fasi del fenomeno di El Nino questi fenomeni si accrescono diventando più frequenti e aumentando di intensità.
Il vulcanismo sulla superficie infondo agli oceani sembra essere a sua volta condizionato dalle correnti convettive del mantello che periodicamente, a causa delle variazioni del campo magnetico terrestre, ciclicamente si intensificano sotto lo strato della crosta terrestre in tutto il mondo aumentando in questo modo l'attività tettonica con forti scosse di terremoto e a fenomeni eruttivi principalmente sul fondo degli oceani e lungo le dorsali oceaniche, alle quali seguono in un secondo tempo le eruzioni dei vulcani terrestri, i quali trovandosi più in alto sui continenti rispetto al fondale degli oceani, si attiveranno in un periodo di tempo maggiore, a seconda del tempo impiegato dal volume del magma di risalire fino alla superficie continentale.
Analizzando le periodiche fasi eruttive che avvengono a Montserrat, Alaska, Islanda, Indonesia e in Giappone con le cicliche fasi di El Nino, sono giunto alla conclusione che buona parte di questi fenomeni eruttivi presentano una notevole corrispondenza con lo svilupparsi di questo fenomeno.
Il che sembra confermare che i fenomeni che generano questo fenomeno a livello globale, innescato dal vulcanismo sottomarino, hanno origine in realtà da un'esteso fenomeno a livello globale nelle profondità del mantello.
Anche le eruzioni delle isole Galapagos, che si trovano proprio nelle principali aree in cui ha origine El Nino, presentano una notevole corrispondenza eruttiva con lo svilupparsi di questo fenomeno.(Di questo parlerò nel dettaglio nel capitolo successivo)
Anche l'Oceano Artico e l'Antartide non sono essenti da fenomeni di vulcanismo sottomarino.
L'area del Mar Artico che si mantiene sgombra dal ghiaccio a est della Groenlandia corrisponde con la Dorsale Atlantica, in Antartide invece le porzioni della Penisola Antartica che si stanno riscaldando e manifestano un considerevole ritiro del ghiaccio corrispondono con fenomeni di vulcanismo nell'area.
Durante la Piccola Età del Ghiaccio fenomeni di vulcanismo sottomarino portarono ad un maggior riscaldamento degli oceani, specialmente l'Oceano Pacifico, l'enorme quantità di vapore elargita dalla superficie oceanica andò ad aumentare la percentuale di umidità nell'atmosfera che si tradusse in un grande aumento delle precipitazioni, le quali favorite dal clima freddo andarono ad alimentare l'avanzata dei fronti glaciali delle catene montuose ed ad accrescerne il volume.
Cos'ha causato le vere e proprie glaciazioni?
Molto probabilmente una estensione estremamente maggiore dello stesso fenomeno oceani più caldi e clima gelido, favorito o da una bassa attività solare o più facilmente da intensi fenomeni di vulcanismo continentale che andarono ad eclissare la luce del sole per decenni, portando ad una costante nel fenomeno.
Il fenomeno delle Piccole Età del Ghiaccio funziona su scala minore e così ha fatto e continuerà a farlo per milioni di anni.
Risaputo che l'attività solare è ai minimi storici, cosa stà accadendo proprio ora infondo ai nostri oceani?
Nell'arcipelago della Canarie, nell'Atlantico centrale, a ovest del nord Africa, nell'ottobre 2011 dopo un lungo periodo di sciami sismici, sul fondo oceanico al largo dell'isola vulcanica di El Hierro una prolungata serie di forti eruzioni sottomarine ha portato ad un'enorme moria del pesce e reso l'acqua torbida in un'area estesa chilometri intorno all'isola, accompagnata dalla risalita in superficie di pomice incandescente e aumentando in modo significativo le temperature dell'acqua.
In profondità, dopo mesi di eruzioni, con l'accumularsi del materiale lavico, si era formato un nuovo cono alto 80 metri.
La sua ultima eruzione risaliva al 1783.
Se proviamo a immaginare quanto avviene nelle profondità oceaniche scopriremmo che questi fenomeni sono assai più frequenti e di anche maggior intensità.
Questi e altri fenomeni di vulcanismo sono alla base del riscaldamento degli oceani.
Flussi lavici lungo le dorsali oceaniche avvengono quotidianamente, e il fatto che l'eruzione di El Hierro sia avvenuta a 200 anni di distanza dalla sua ultima eruzione, e la stessa cosa vale per il vulcano islandese nel 2010 che ha eruttato anch'esso dopo 200 anni si quiescenza, mentre il Grismvotn nel 2011 ha avuto la sua eruzione più potente da 100 anni, è sintomo che qualcosa stà innescando un'aumento di queste eruzioni e dell'attività sismica.
Indubbiamente anche il vulcanismo sul fondo degli oceani deve essere sottoposto ai medesimi cambiamenti e se consideriamo la sua estensione a livello globale, tutto ciò non può che influire sia sulle temperature che sulla composizione chimica degli oceani.
Per comprendere l'estensione del fenomeno di cui si stà parlando è lecito farne un quadro globale.
Nel 1994 un gruppo di geofisici marini a bordo del Melville ha scoperto la presenza di 1.133 vulcani, mai prima rilevati, a circa 1000 chilometri dell'isola di Pasqua, le cui cime di innalzano per 2500 metri dal fondale oceanico, tra normali montagne e vulcani sono raggruppati in un'area di 90.000 chilometri quadrati, le dimensioni di New York.
Molti altri ne sono stati scoperti molto più a nord, uno di questi a ovest dell'Oregon in piena attività.
Catalogato come vulcano Coassiale si trova in una frattura sottomarina lunga 6 chilometri a 2500 metri di profondità, assieme a frequenti attività sismiche da un cratere erutta lava incandescente mentre dall'altro acqua bollente.
Nel 1996 ne venne scoperto un'altro in una frattura del fondale lunga una decina di chilometri e al largo di New Port, nell'Oregon.
Nel 1949, il professor M Ewing, dell'Università del Columbia, pubblicò un rapporto su una ricerca eseguita nell'Oceano Atlantico, specialmente lungo la dorsale medio-atlantica, che taglia l'oceano da sud verso nord formata sia da una gigantesca catena montuosa che lo attraversa, sia da fenomeni eruttivi vulcanici, recenti e antichi.
Furono raccolte rocce di tipo igneo, quindi di origine vulcanica, sia lungo i fianchi della dorsale sia nella parte alta di essa, a testimonianza di passate attività vulcaniche e flussi lavici:
"E' probabile che tutta la dorsale sia di origine vulcanica e che probabilmente esistano migliaia di sorgenti laviche così come vulcani attivi ed estinti sparsi per tutta la sua lunghezza."
E non solo la dorsale ma sono stati scoperti picchi di origine vulcanica sparsi in tutto l'Oceano Atlantico.
Nell'area delle Azzorre la spedizione scoprì un complesso vulcanico di 2500 metri con diverse stratificazioni di cenere vulcanica, fino ad allora sconosciuto, oltre invece venne scoperta una caldera che sprofondava per 3300 metri, come se un tempo vi si fosse annidato un vulcano.
Sempre nel 1949 un'altra spedizione oceanica svedese lasciò Goteborg con la nave Albatross, per un aviaggio di 15 mesi intorno al mondo con lo scopo di studiare i fondali marini lungo una rotta di 17.000 miglia.
Le scoperte furono interessante per l'argomento di cui stiamo parlando, in molti punti al largo delle costa della Svezia, il fondo oceanico risulta costituito da un letto lavico di recente costituzione geologica.
Qualcosa di simile venne scoperto anche nell'Oceano Pacifico e nell'Oceano Indiano che presentano particelle di materiale vulcanico,a testimonianza di importanti vulcanismi nelle storia geologica sottomarina.
Secondo un'indagine molto apprezzata in precedenza dallo scienziato Rodey Batiza, la placca dell'Oceano Pacifico è costellata di vulcani sottomarini, una ragione altamente instabile che da sola conta un numero che va dai 22.000 ai 55.000 con almeno 2000 dei quali attivi.
In tutto il mondo negli ultimi anni è stato scoperto un numero sempre maggiore di vulcani sottomarini, il che ci ha dato un chiaro quadro di quale calore infernale abbia riscaldato gli oceani durante le glaciazioni e aumentato le temperature oceaniche durante la Piccola Età del Ghiaccio.
Nel maggio del 2009, gli scienziati hanno scoperto un'enorme vulcano sottomarino al largo della costa occidentale dell'Indonesia, a 330 chilometri a ovest di Bengkulu, alto 4600 metri, la montagna alla sua base raggiunge le 30 miglia e si trova a 1300 metri sotto la superficie dell'oceano.
Questo colosso era più alto del monte Rainer negli Stati Uniti, e non sapevamo che era lì.
Non si sa se il vulcano sia attivo ma il geologo marino Surachman Yusuf ha detto che se eruttasse sarebbe "molto, molto pericoloso."
Nel 2005, ricordandoci che fu un'anno di intenso El Nino e intensa attività solare, come abbiamo visto nel primo capitolo, oltre a segnare un record di uragani il quotidiano indiano riportava due segnalazioni di cui si parlava di centinaia di vulcani sottomarini in eruzione in tutto il mondo, sopratutto intorno alla Cintura di Fuoco dell'Oceano Pacifici.
"Vulcani sottomarini sono in eruzione in Australia, Grecia, Nuova Zelanda e molti altri paesi, tra i quali l'americano nord-ovest, che stà vivendo un livello senza precedenti di vulcanismo sottomarino.
Andaman Nicobar stà vivendo un periodo di intenso vulcanismo sottomarino, sia nell'Oceano Indiano che il Golfo del Bengala."
Movimenti tettonici sono stati osservati in diverse aree negli ultimi 9 mesi, dicevano i geologi, tanto che essi non avevano abbastanza sistemi di monitoraggio per tenerne traccia.
Nell'ottobre 2005 invece, rocce di origine vulcanica prelevate dal fondo del Pacifico hanno rilevato più vulcani sottomarini al largo del Messico settentrionale, le rocce prelevate al parere dei geologi messicani e statunitensi sembravano provenire da un vulcano piuttosto giovane.
In quello stesso anno, nel mese di luglio, erano stati scoperti ben 75 vulcani sottomarini tra la Nuova Zelanda e le Isole Tonga, i quali secondo il geologo australiano Richard Arculus potrebbero rappresentare una seria minaccia tsunami.
Allo stesso modo, anche nel 2008, nell'area tra le isole Figi e Tonga, vennero scoperti almeno un migliaio di altri vulcani sottomarini, molti di essi attivi.
Stesso periodo (2005), in Giappone, a sud-est di Tokyo, l'acqua si tinse di un color rosso mattone mentre un'enorme colonna di vapore si sollevava per mezzo miglio sopra la superficie dell'oceano, guardacaso proprio a causa di un'eruzione sottomarina e in un'anno di El Nino.
Due mesi prima invece, nel periodo di maggio, gli scienziati in una spedizione per osservare il Vailulu'u, un vulcano sottomarino scoperto nel 1999, vicino alle isole Samoa, hanno osservato un'altro vulcano secondario crescere nella caldera del primo.
Crescendo ad un ritmo di 20 centimetri al giorno ha raggiunto i 300 metri d'altezza e gli scienziati sostengono che potrebbe continuare a crescere molto più in alto.
L'anno prima, nel maggio del 2004, un'altro vulcano sottomarino era stato scoperto sulla punta più settentrionale dell'Antartide.
Draghe a bordo della nave di ricerca Lawrence M. Gould hanno recuperato abbondanti quantità di basalto fresco.
Nessuna forma di vita era stata ritrovata intorno al vulcano stesso, indicando che la lava fino a poco tempo prima ancora scorreva.
Anche il Mar Mediterraneo ci riserva le sue sorprese.
Nelle sue profondità un titanico vulcano, al largo di Riposto, Sicilia, è stato scoperto con un diametro più esteso dell’Etna la cui estensione supera di tre volte quella del vulcano siciliano, possiede una caldera di 20 chilometri di diametro.
Attualmente non presenta imminenti segnali di attività sebbene si sospetti la risalita di fluidi caldi.
Il vulcano si è sviluppato in un'area tettonicamente attiva e presenta tracce di vulcanismo tardivo, con anche tracce di collassi provocati da importanti fasi eruttive del passato.
Sempre nel Mediterraneo, nel 2007, è stato scoperto sotto le Eolie quello che sembra essere un vero e proprio campo vulcanico.
I ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica, grazie al rilevamento delle anomalie magnetiche affermano che lo studio servirà a predire meglio le zone dove in futuro potrebbe riprendere l'attività vulcanica.
"La realizzazione della mappa ad alta risoluzione della anomalie magnetiche"-spiega il direttore del progetto Massimo Chippiani " ha permesso di rilevare la presenza e la profondità dei corpi vulcanici, antichi centri eruttivi sepolti e strutture nascoste..Lungo queste strutture è plausibile la riattivazione dell'attività vulcanica."
Se andiamo più a nord invece, al centro del Mari Tirreno, una ciclopica struttura vulcanica ci evidenzia il pericolo tsunami che in futuro potrebbe sconvolgere i mari italiani.
Lungo 70 chilometri, largo 40, con un diametro di 50 e un'altezza di 3000 metri, il vulcano Marsili è uno dei pochi vulcani attivi sommersi che viene costantamente tenuto sotto osservazione in quanto future eruzioni potrebbero sconvolgere l'assetto del complesso vulcanico causando così un imponente maremoto che minaccerebbe seriamente le coste di: Calabria, Sicilia, Campania e Sardegna.
Allo stesso modo la stessa minaccia è rappresentata da un buon numero di crateri secondari collocati lungo i suoi fianchi, che potrebbero entrare in eruzione in qualsiasi momento.
Nel Mediterraneo meridionale invece, dalla parte opposta della Sicilia, un'altro collosso lavico sommerso detto Empedocle, a soli 8 metri sotto la superficie del mare, potrebbe presto risvegliarsi di nuovo diventando un'isola come fece in passato nel 1831 eruttando per poi finire nuovamente eroso dalle onde e sommerso sott'acqua.
Si tratta di un'enorme apparato vulcanico a forma di ferro di cavallo con una base di 25x30 chilometri, con differenti coni secondari, a testimonianza di diversi fenomeni eruttivi nel suo passato geologico.
Un fatto che ha dell'incredibile è che i vulcani sottomarini semrano essere di gran lunga più grandi di quelli sulla terraferma, ce lo conferma anche un vulcano scoperto di recente nell'Atlantico settentrionale, non distante dall'Islanda.
Al largo della penisola di Reykyanes, in Islanda, si trova un enorme complesso vulcanico che sembra avere le dimensioni della penisola stessa, la sua caldera misura un diametro di 10 chilometri e si trova a 1500 metri di profondità.
Secondo gli scienziati, la scoperta di un simile collosso lascia esterrefatti in quanto un simile vulcano non dovrebbe esistere in un'area simile del pianeta.
Il vulcanologo Armann Haskudsson, dell'Università dell'Islanda, afferma che " dalle prime ricerche eseguite possiamo affermare che il vulcano è attivo e poiché da secoli o millenni non ha prodotto eruzioni c'è da aspettarsi che ne arrivi una abbastanza vicina a noi nel tempo."
Spostandoci all'estremo nord, sotto i ghiacci marini dell'Oceano Artico, scopriamo che le profondità del polo nord contengono molti più vulcani sospettati in precedenza ed evidenziano un'intensa attività idrotermale maggiore di quanto gli scienziati sospettassero.
La catena Gakkel è una mastodontica catena vulcanica che si estende per 1800 chilometri sotto l'Artico, dal nord della Groenlandia fino alla Siberia.
Se come è stato osservato in Nuova Zelanda un vulcano può scaldare un lago di montagna di 108 C°, oppure un'eruzione sottomarina alle isole Tonga può scaldare più del normale una superficie oceanica delle dimensioni dell'Islanda, immaginiamo cosa potrebbe fare una simile catena vulcanica sotto l'Oceano Artico.
Periodicamente la banchisa marina dell'Oceano Artico, si sgombra dai ghiacci più del solito sia durante l'estate che durante l'inverno e questo ha fatto sorgere il sospetto che il Riscaldamento Globale, prodotto dalle attività umane, ne fosse la causa principale.
In realtà l'enorme numero di fattori non presi in considerazione sull'influenza di questo fenomeno ci fanno capire che questo fatto non è stato ancora scientificamente provato.
Cambiamenti della salinità e delle correnti oceaniche, variazioni dell'attività solare e un'incremento dell'attività vulcanica sottomarina ci fanno capire quanto il fenomeno abbia una più probabile origine naturale senza andare a incriminare le attività umane di ogni possibile cambiamento che avviene nell'atmosfera e negli oceani del nostro pianeta.
Proprio il fatto di non considerare l'attività vulcanica sottomarina come un potenziale fattore che condiziona le temperature degli oceani e il clima stesso è uno dei fattori autolimitanti nella scienza del clima.
Una prova lampante risale al 1957. Così scrivono alcuni ricercatori di una base scientifica sul pack ghiacciato, che la mattina del 24 novembre di quell’anno, a seguito di uno sciame sismico durato tre giorni, “si registrarono emissioni di anidride solforosa, movimenti della massa oceanica e profonde fratture nella banchisa, con formazione di enormi icebergs”.
Questo è il racconto di un membro dell’equipaggio a bordo della USS Skate che navigava al Polo Nord nel 1959 e in numerose altre località artiche durante le missioni del 1958 e 1959: “Il sottomarino Skate ha trovato il mare aperto sia in estate che nell’inverno successivo. Noi navigammo in superficie in prossimità del Polo Nord durante l’inverno attraverso il ghiaccio sottile inferiore a 2 piedi di spessore. Il ghiaccio si muove dall’Alaska all'Islanda e il vento e le maree causano il mare aperto appena il ghiaccio si scioglie.."
Si supponeva che il ghiaccio non si fosse mai prima liberato dal ghiaccio marino, eccezione fatta durante il periodo estivo, mentre l'attuale maggiore porzione dell'Oceano Artico che si mantiene sgombra dal ghiaccio durante il periodo invernale è stata attribuita anch'essa alla responsabilità del Riscaldamento Globale, sebbene come abbiamo appena evidenziato lo ha già chiaramente fatto in passato e questa tendenza naturale indubbiamente si ripeterà anche in futuro senza nessuna influenza da parte nostra.
All'estremo sud del pianeta, anche l'Antartide possiede un'elevata concentrazione di vulcani sottomarini.
Gli studiosi del British Antartic Survey hanno recentemente scoperto un'enorme catena di vulcani sottomarini nell'Oceano Antartico, al largo delle isole Sandwich.
Sono 12 e molti di essi attivi e con un'altezza di 3000 metri.
"Sono molto grandi e se fossero stati sulla terraferma sarebbero stati davvero notevoli" ha commentato Philip Leat, della British Antartic Survey.
Nel 2013, invece, un mostruoso colosso lavico sottomarino è stato scoperto nell'Oceano Pacifico, ad est del Giappone, ponendolo come uno dei più grandi centri eruttivi del sistema solare, denominato Tamu.
Questo massiccio vulcano è come il Monte Olimpo su Marte, la sua superficie è l'equivalente di quasi la dimensione del Giappone.
Il Massiccio Tamu e la sua catena montuosa era nota già da molto tempo.
Finora, tuttavia, si riteneva che questa catena vulcanica fosse il risultato di diverse eruzioni violente sul fondo del mare.
Questa ipotesi, i ricercatori presso l'Università di Houston, l'hanno smentita con le loro indagini.
L'inchiesta ha dimostrato che vi è un unico grande vulcano a scudo.
La lava e i campioni di roccia sono stati analizzati e studiati in questa regione sismica.
I vulcani sottomarini sono per lo più stretti e alti.
Il vulcano è costituito principalmente da colate di spessore oltre a centinaia di metri dalla vetta del vulcano e sparse verso l'esterno.
Il gigante ha 650 km di lunghezza e 450 km di larghezza.
Provate a immaginare l'eruzione di un vulcano delle dimensioni del Giappone.
Le eruzioni di Tamu, viste le sue proporzioni, dovevano essere letteralmente sufficienti a riscaldare la superficie oceanica in un raggio di centinaia di chilometri.
Sempre nel 2013, altre concatenazioni di vulcani sottomarini furono scoperte sia a sud che a nord dell'Islanda.
Ármann Höskuldsson, vulcanologo e leiðangursstjóri, dicono che sono rimasti molto sorpresi di vedere quanto l'attività vulcanica è al di fuori dell'isola stessa.
Ci sono un sacco di crateri al di fuori dalla terraferma che potrebbero eruttare.
La cresta Reykjanes è una vasta catena montuosa che si estende per 900 miglia dalla penisola Reykjanes.
Vi è una forte attività vulcanica a causa del hotspot dal mantello collocato direttamente sotto l'Islanda.
L'effetto si fa sentire sempre più lontano nell'Oceano Atlantico.
Così possiamo dire che l'Islanda si allunga sempre più a sud nell'Atlantico.
La spedizione ha trovato vulcani di più di mille metri di altezza, formati in modo insolito, rispetto a quello che si aspettavano.
Più a nord, oltre l'Islanda, una gigantesca catena composta da centinaia di vulcani, circonda letteralmente la Finlandia.
I risultati unici sono stati scoperti nelle acque norvegesi, lungo una serie lunga 1500 km di complessi vulcanici sottomarini, che si estende da Jan Mayen allo Stretto di Fram tra Svalbard e la Groenlandia.
- Prima di queste macchie bianche sulla mappa, non sapevamo nulla di quello che c'era. Ma usando strumenti tecnologici siamo stati in grado di mappare il fondo dell'oceano. L'ultimo vulcano è stato trovato a soli 20 metri sotto il livello del mare, - dice Rolf Birger Pedersen, professore presso il Centro per la Geobiologia (UiB).
Scoprendo Castello di Loki, come la zona è chiamata, oggi i ricercatori di UiB possono osservare la sconosciuta catena vulcanica sottomarina nel mondo con le altre migliaia di vulcani sottomarini e le varie fonti di calore che si trovano sotto l'oceano.
Qualcosa di ancora più interessante è stato rinvenuto nelle profondità dell'Oceano Indiano.
Un enorme flusso idrotermale trovato nell'Oceano Indiano serve a ricordare che i vulcani sottomarini probabilmente giocano un ruolo importante nel plasmare i sistemi oceanici della Terra, affermano gli scienziati.
Il pennacchio, che si estende per circa 43,5 miglia (70 chilometri) di lunghezza, sembra essere attivo su una scala mai vista prima.
"In poche parole, questa cosa è almeno 10 volte o forse 20 volte più grande di qualsiasi cosa di questo genere sia stato visto prima", ha detto Bramley Murton del National Oceanography Centre britannico.
Gli scienziati l'hanno riferito in occasione della riunione della American Geophysical Union (AGU) a San Francisco.
Le sorgenti idrotermali sono hotspot vulcaniche che emettono gas e minerale arricchito di acqua calda come 760 ° F (400 ° C).
Il calore da queste bocchette supporta ecosistemi unici dove le creature sopravvivono utilizzando l'energia termica e chimica al posto della luce del sole.
I megapennacchi di acqua calda come quella che si trovano nell'Oceano Indiano sono probabilmente causati da eruzioni vulcaniche sottomarine.
"Una volta formati possono eventualmente rimanere in atto per anni", ha detto Murton. Il calore di tali eventi potrebbe avere un effetto drammatico sulla circolazione oceanica, che gioca un ruolo nel determinare il clima della Terra.
"Il contenuto energetico è un ordine di grandezza maggiore di pennacchi ordinari, e la potenza termica può essere di molti ordini di grandezza più grande", ha detto Murton.
"Un normale sfogo idrotermale potrebbe produrre qualcosa come 500 megawatt, mentre questo sta producendo 100.000 megawatt. È come una bomba atomica laggiù."
Recenti studi hanno tentato di fattorizzare il calore da note creste idrotermali del mondo nei modelli di circolazione oceanica.
"Alcuni studi stimano che per il Pacifico, il riscaldamento termico sul fondale potrebbe aumentare la circolazione oceanica fino al 50 per cento", ha detto Murton.
I campi idrotermali regolari mescolano l'acqua per poche centinaia di metri (circa mille piedi) sopra il fondo dell'oceano. "Ma questi mega pennacchi possono raggiungere una colonna di 1.000 a 1.500 metri (3280 a 4.920 piedi)" ha detto.
Ma anche quelli dell'Oceano Indiano potrebbero esserlo rispetto alle più grandi eruzioni sottomarine che sono finora passate inosservate.
"Al momento quelle che abbiamo visto sono venute da piccole eruzioni nel più ampio schema delle cose" ha detto.
"Ma sappiamo quando guardiamo il fondo dell'oceano che ci sono state eruzioni molto più grandi, in modo che possiamo solo speculare su ciò che la grandezza di pennacchi di evento sarebbe venuto da quelli."
I nuovi dati sui campi idrotermali e i megapennacchi sottolineano il fatto che l'attività vulcanica sul fondo dell'oceano rimane un fenomeno in gran parte misterioso.
"Il novanta per cento di attività vulcanica della Terra avviene sott'acqua", ha detto Murton. "Solo perché non possiamo vedere non significa che non ci sia."
Tuttavia a contribuire al riscaldamento e all'acidificazione degli oceani non si tratta solo di questi enormi fenomeni lavici, ma anche strutture secondarie come i "vulcani di asfalto".
Ne sono stati scoperti nel Golfo del Messico nel 2003, e anche nel 2007 al largo di Santa Barbara, California.
Il più grande di questi vulcani si trova ad una profondità di 213 metri.
Le strutture sono più grandi di un campo da calcio e raggiungono un'altezza di un'edificio di sei piani e sono tutti composti da asfalto eruttato e solidificato vomitato dalle surriscaldate profondità delle crosta terrestre.
Questi fenomeni eruttivi emettono grandi quantità di gas metano e assieme a numerosi altri fenomeni sono la causa di ipossia degli oceani.
Sommati al fenomeno del vulcanismo sottomarino su scala globale questi sono uno dei principali motivi per la quale spesso enormi banchi di pesce morti vengono rinvenuti galleggianti nelle più disparate aree degli oceani e allo stesso modo il motivo per cui sul lungo termine vaste porzioni degli oceani si stanno riscaldando.
Se come abbiamo osservato nel capitolo precedente stiamo attraversando una fase di maggior vulcanismo da 500 anni, e l'80% del vulcanismo sulla Terra si trova infondo agli oceani, questo spiegherebbe perché il fenomeno di El Nino del 1998 fu il più intenso della storia.
Le acque degli oceani si riscaldarono a tal punto che si generarono devastanti cicloni tra i quali Guam, i cui venti raggiunsero i 370 Km/h, la più alta velocità mai registrata finora.
A giugno il fumo degli incendi scoppiati in Messico meridionale e Guatemala impregnava ormai l’atmosfera in Texas,a migliaia di chilometri di distanza.
Il clima era di un opprimente grigio-metallico,si respirava un odore acre e il sole a mezzogiorno appariva rosso.
Nel medesimo periodo, una serie di tornado avevano colpito gli Stati Uniti dove era stata osservata una tromba d’aria con venti che superavano i 500 km/h, una velocità che ancora una volta batteva tutti i record.
Inoltre è avuto un notevole aumento delle epidemie e malattie in tutto il mondo,portate principalmente dal diffondersi di insetti e altri animaletti favoriti dal cambiamento del clima portato da El Nino.
A causa di questo clima particolarmente estremo nell'aprile è stato annunciato che una violentissima invasione di batteri stava uccidendo i coralli dei Caraibi.
In tutto il mondo la cosiddetta “Sindrome degli Stagni Malati” stava decimando le popolazioni di rane,rospi e salamandre.
A causa delle elevate temperature portate da El Nino la popolazione di zanzare ha conosciuto un esplosione in tutto il mondo.
Dopo che il Kenya è stato colpito dalle piogge che siano mai state registrate dal 1961(imputate anch’esse a El Nino) migliaia di persone hanno contratto la febbre della Rift Valley che ha causato morte di 200 persone.
La Russia, dopo diciotto mesi di caldo insolito, ha conosciuto una grave epidemia di tubercolosi proprio mentre si trovava in una situazione di disordine sociale che ha ostacolato il contenimento dell’epidemia.
Considerando gli effetti su scala globale di questa calda e ciclica corrente oceanica ci viene facile dedurre che si tratti di uno dei più grandi fenomeni idrotermici a livello globale.

Riferimenti:

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The Coming of the Global Superstorm, Art Bell, Whitley Strieber

ISLANDA: AUMENTO DELL'ATTIVITA' SISMICA SUL VULCANO ESIUFJOLL


Il vulcano Esjufjöll vulcano non è un vulcano che riceve un sacco di attenzione perché la maggior parte del tempo è completamente tranquillo, con l'ultima notevole attività avvenuta nell'attività sismica del 2013.
L'attività sismica sul vulcano ha iniziato ad apparire nel 2002.

Non molti terremoti hanno avuto luogo sul vulcano Esjufjöll.
Il numero massimo di terremoti registrati finora (nel 2002 almeno) è di circa 40 - 80 (non sono sicuro al numero esatto).
Il motivo per cui Esjufjöll vulcano sta avendo attività sismica è dovuto alle masse di magma che stanno spingendo verso l'alto all'interno del vulcano.
Al momento non c'è nulla che suggerisce che un'eruzione sta per accadere.
L'unica eruzione che potrebbe essere accaduta ma finora con dati è incerti, ha avuto luogo nel 1927, al momento non è stata confermata.
Esjufjöll si trovano a sud del Grimsvotn, a nord-est del vulcano Oraefajokull.
I terremoti sono stati tra una magnitudo massima di 1.5 e 2, iniziati attorno al 5 novembre e attualmente ancora in corso.

Ulteriori sequenze di terremoti che indicano movimenti del magma sono state rilevate nel mese di ottobre 2002 e di recente nel mese di ottobre del 2010.

Questo è importante in quanto il vulcano ha un magma misto riolitico e basaltico, di conseguenza con il potenziale di produrre eruzioni esplosive, spesso i vulcani con magma riolitico-silicico hanno il potenziale di eruttare all'improvviso con poco preavviso, dopo una breve intermittenza sismica, come avvenne al vulcano Kelud, in Indonesia, nel 2014.

Fonte:http://www.jonfr.com/volcano/?p=6494

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